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Ear - Asfodeli da conservare |
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domenica, 25 maggio 2008 |
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«E' un progetto molto curato questo degli "ear", a partire dal titolo e
dal packaging, un cartonato disegnato. Se il cantato vira spesso verso
il pop, la struttura delle canzoni indie-folk, che si reggono sulle
chitarre di Andrea Barlotti e Cristiano Sapori e sul violino di Eulalia
Grillo, non è mai banale, al pari dell'architettura melodica che le
completa. La differenza che fa di questi asfodeli dai colori tenui dei
fiori non da sfoggiare e da sgualcire velocemente, ma da maneggiare con
cautela e salvaguardare finché siano proliferati in una serra
rigogliosa di petali e profumi è negli arrangiamenti, che annullano il
rischio di perdere le radici new acoustic nella selva del pop
appariscente e deperibile grazie a una cura paziente e rigorosa del
sound, florilegio di chitarre, di violini e delle percussioni di Lucas
Steppa, che si fanno palpito quasi tribale in "Uscire di qui". Non
appaiono infatti nel disco le tipiche tastiere di riempimento
all'italiana a deturpare l'armonia limpida del disco con un
affollamento di suoni superflui, ma l'essenzialità del suono fa in modo
che i momenti strumentali, anziché sfoggio, siano culmine di intensità
che rafforza la poeticità dei testi Si ascoltino ad esempio le code
strumentali della stessa "Uscire di qui", quella malinconica di "Senza
mollica (herbamate)", o l'intensa "Portami con te, trascinare", dove le
chitarre dell'outro si fanno tese come gonfiandosi, al suono del
violino, di un sapore onirico stupefatto. Sensuale è il cantato di
"Incontrastrato", tra sussurri e crescendo emozionali, che culminano
nello splendido intervento vocale della forlivese Sara Piolanti
(Caravane de Ville, The Cherry Pedro's Imenez) che ascoltiamo anche in
"Hic et nunc (Capo mannu)". Nervosa e ironica è "Cose (la mia
altalena)" con i Martinicca Boison, mentre accorate appaiono le strofe
di "L'unico modo che ho di chiamarti", che qui e lì ricorda Moltheni.
Con orchestrazioni musicali siffatte non si corre il pericolo di
soffocare un'ispirazione delicata attraverso virtuosismi vuoti; la
parola d'ordine del disco è infatti "misura". D'altra parte, importante
è anche la stessa persistenza dell'appeal pop delle melodie vocali in
questo "giardino di fiori che sbocciano" ("Senza mollica"): è questa ad
evitare che le canzoni del trio di Faenza impallidiscano in un impianto
sonoro elegante, che potrebbe però anche risultare tenue e smunto.
Seconda parola d'ordine di questo album è quindi bilanciamento, in un
equilibrio giocato su una sottilissima linea di confine tra indie-folk
e pop che fa del disco un lavoro scorrevole e gradevole.»
Fonte: Mescalina.it
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